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Economia
I giovani e l'economia
Generalmente tra i Giovani e l'Economia c'è un rapporto di quasi estraneità, nel senso che, da un lato, i giovani considerano l'economia come disciplina un'entità astratta e complessa, e quindi distante dalla loro vita. Chiedere ai giovani cos'è l'economia e qual è il funzionamento del sistema economico non trova risposte soddisfacenti, tranne in ciò che hanno appreso dai mass media a livello di notizie. Persino gli studenti universitari studiano la disciplina prevalentemente, e comprensibilmente, per superare l'esame e poco per cogliere gli stimoli per comprendere i problemi che assillano giornalmente la nostra vita e cercare di dare risposte ai vari interrogativi: perché c'è un'alta disoccupazione? Perché aumentano il tasso di interesse, le imposte, il tasso di cambio, i prezzi? Perché è alto il debito pubblico? perché è importante la produttività? Qual è il ruolo della moneta e delle banche nel sistema economico? Perché si parla di fallimento del mercato e di fallimento dello Stato?

Dall'altro, l'economia, essendo interessata prevalentemente all'approfondimento di analisi teoriche e alle grandezze macroeconomiche, considera i giovani nel contesto generale dei soggetti economici, cioè un elemento della famiglia, la quale è per l'economia il soggetto economico più rappresentativo dal punto di vista dei consumi e dell'offerta di lavoro. Anche a livello di insegnamento l'economia ha un peso relativo, mentre dovrebbe averne di più a partire dalle scuole medie secondarie.

Possiamo pertanto dire che i giovani e l'economia - pur sapendo che tra di loro c'è un legame imprescindibile - non si conoscono abbastanza da vicino. Ma si tratta di una separazione solo apparente in quanto i giovani, proprio perché fanno parte della famiglia, contribuiscono a formare l'aggregato "consumo" e vivono lo stesso livello di benessere economico che il reddito del nucleo familiare consente; solo la loro giovane età anagrafica li allontana dal considerare l'aspetto economico della loro vita e a delegare inconsciamente i genitori nella gestione economica della famiglia e lo Stato nella gestione economica del Paese. Pertanto i giovani, di solito, sono poco inclini a studiare l'economia e ad interessarsi, se non genericamente, di politica economica. D'altronde, l'economia, pur essendo consapevole che i giovani rappresentano un segmento importante della domanda di consumo, della domanda di istruzione e dell'offerta di lavoro, tuttavia spesso ne dà una valutazione d'insieme.

Il rapporto di "estraneità" tra i giovani e l'economia si è perpetuato nel tempo; esso si è attenuato solo nei periodi in cui si sono evidenziate inefficienze del mercato o dello Stato, che hanno messo in risalto una diseguale distribuzione del reddito o una disoccupazione o pressione fiscale eccessive, come dimostrano le varie manifestazioni, a volte violente, a cui abbiamo assistito nel corso della storia. La crisi economica attuale - che tutti i paesi occidentali stanno sperimentando in modo complesso e sistemico come non si era verificato dal dopoguerra in poi in queste proporzioni - ne è una dimostrazione. La riduzione del Pil, della produzione, dell'occupazione e l'aumento della pressione fiscale stanno alimentando manifestazioni di vario genere per esprimere malcontento e indignazione anche da parte dei giovani.

In questo clima di insofferenza e di incertezza possiamo dire che la crisi sta avvicinando i giovani all'economia, rendendoli consapevoli che il loro presente, ma soprattutto il loro futuro economico è instabile e incerto e, d'altronde, anche l'economia sta cominciando a dare ufficialmente ai giovani una più incisiva e più esplicita connotazione di risorsa economica fondamentale per il Paese, nonché ad ammettere che questa è la generazione che sta pagando, e pagherà ancora, gli effetti della miopia delle scelte di politica economica che sono state fatte nei decenni passati, in termini di asimmetrica redistribuzione della ricchezza tra le generazioni (più consumi e meno investimenti) e di accumulo del debito pubblico. Questa constatazione deve fare riflettere che l'attenzione all'economia non può, e non deve, essere interrotta. E, paradossalmente, è fondamentale che proprio nei periodi di crescita economica l'euforia del benessere non deve offuscare la necessità di essere vigili sull'utilizzo efficiente delle risorse, sia dal punto di vista tecnico che economico, ma soprattutto che le scelte, pubbliche e private, siano lungimiranti, in quanto gli effetti delle scelte che si effettuano nel breve periodo avranno ricadute, positive o negative, nel lungo periodo, e quindi sulle generazioni future (l'euforia del consumismo e la spesa pubblica allegra degli anni della crescita economica è ben rappresentata, con specifico riferimento al settore della sanità, da una canzone siciliana di Brigantoni: «A cassa malatia»). Circa il rapporto giovani-economia, la considerazione che ci viene in mente è la differenza che si coglie tra le generazioni precedenti e quella attuale. I giovani di almeno due generazioni fa hanno vissuto una vita contenuta dal punto di vista della percezione dei bisogni e del benessere economico, in quanto si sono trovati inseriti in un contesto segnato dalle macerie del secondo conflitto bellico, nel quale l'economia doveva procedere verso la ricostruzione, e in questa fase le prospettive future, ottimistiche, erano legate alla fiducia nella crescita economica, alla quale la vecchia generazione vi ha contribuito con un'alta produttività del lavoro e ne ha potuto cogliere i frutti - aumentando consumo e risparmio - e assicurare a sé stessa e ai figli un tenore di vita superiore a quello vissuto in età giovane.

Oggi troviamo, da un lato, la vecchia generazione che, in età avanzata, deve affrontare le sfide di una crisi che le sembra inaspettata e fungere da ammortizzatore sociale per i giovani figli disoccupati e, dall'altro, la nuova generazione che, nata e vissuta in un periodo di benessere economico che la crescita dei decenni precedenti ha prodotto, si trova a vivere un periodo in cui la crisi ha bloccato la crescita e innescato prospettive pessimistiche per il futuro. Il confronto tra le due generazioni è certamente a sfavore dei giovani di oggi in quanto è più facile adattarsi al miglioramento delle condizioni economiche e sociali e più ottimistico vivere in una fase espansiva dell'economia piuttosto che passare da un tenore di vita medio-alto alla visione di un futuro incerto, che porta inevitabilmente a comprimere il soddisfacimento dei bisogni acquisiti. Diceva papa Giovanni XXIII che la peggiore disgrazia che può capitare ad una persona è quella di essere stata felice. L'incertezza del futuro economico dei giovani sta diventando fonte di preoccupazione e oggetto di numerosi dibattiti e di tesi di laurea. Anche la settima edizione del Festival dell'Economia, che ogni anno si svolge a Trento, quest'anno ha avuto come tema la questione giovanile e il rapporto tra le generazioni.

Se l'economia dei decenni passati registrava tassi di crescita del PIL e il mercato del lavoro assicurava un alto livello di occupazione, la vecchia generazione non percepiva la necessità di conoscere e studiare l'economia, la quale procedeva nel suo percorso di crescita quasi in modo naturale, e gli insegnamenti di Keynes e l'applicazione della sua teoria erano la ricetta giusta che i governi hanno seguito per aumentare la domanda globale, la produzione, l'occupazione , i consumi e il PIL, che ha permesso di raggiungere, a cavallo degli anni Sessanta, tutti gli obiettivi macroeconomici, tanto che quel periodo viene ricordato come "miracolo economico", e di affrontare le crisi economiche che si sono presentate successivamente attraverso l'utilizzo degli strumenti di politica economica. A distanza di decenni riconosciamo però che la vecchia generazione ha mostrato anch'essa una certa miopia, che le è derivata dalla fiducia riposta nella crescita economica, credendola illimitata, e dalla poca conoscenza delle basi teoriche di economia, che non le hanno permesso di valutare le scelte pubbliche e gli effetti negativi che inevitabilmente proprio la crescita economica andava producendo, nonostante alcuni economisti cominciavano a metterli in rilievo.

I giovani di oggi - che, proprio all'inizio della loro vita lavorativa, si trovano a vivere una crisi che ha messo a nudo un panorama socio-economico e culturale molto complesso, sia dal punto di vista del mercato del lavoro che della pressione fiscale, del debito pubblico, dell'immigrazione, della globalizzazione, dell'etica, delle relazioni interpersonali e intergenerazionali, della fiducia nelle istituzioni - sentono un senso di incertezza nel programmare il loro futuro e un senso di disorientamento nel comprendere la complessa e frammentata realtà che li circonda. Pertanto, a differenza della vecchia generazione, i giovani oggi non possono non rendersi conto che ogni aspetto della vita, attuale e futura, passa attraverso l'economia e non rendersi consapevoli dell'importanza che riveste la conoscenza della scienza economica, sia a livello teorico - per poter comprendere il funzionamento del sistema economico e le relazioni che esistono tra le grandezze economiche, nonché le varie correnti di pensiero - sia a livello di politica economica, per essere in grado di valutare le scelte pubbliche: perché nei periodi di crescita economica non sono stati più massicci gli investimenti in ricerca e sviluppo e in formazione? perché nel momento in cui è scoppiata la crisi le manovre di politica economica sono state inadeguate? Perché l'attuale governo Monti sta mettendo in atto una politica fiscale restrittiva? Qual è il significato di termini nuovi, come spread, spending review, eurobond, Tobin tax, credit crunch, fiscal compact, con i quali oggi bisogna avere familiarità?

Avvicinarsi all'economia è pertanto per i giovani un impegno e un compito fondamentale, certamente molto arduo - per la distanza che si è venuta a creare tra la teoria e la realtà economica, quest'ultima divenuta sempre più complessa per i cambiamenti epocali che si sono accumulati negli ultimi decenni e che si concretizzano nel consumismo, nell'interdipendenza tra le varie economie, nella globalizzazione, nella riduzione di potere degli Stati, nella perdita, per la prima volta, della condizione di leadership economica mondiale degli USA, sorpassata recentemente dalla Cina, ma soprattutto nei complessi meccanismi del sistema finanziario che si intrecciano con l'economia reale, rendendone faticosa la comprensione - ma è un compito necessario, più di quanto non lo sia stato per le generazioni precedenti, che hanno subìto il modello di sviluppo. Ai giovani oggi si richiede di acquisire una maturità e una responsabilità che non possono derivare dall'esperienza, che non hanno, ma dalla capacità di mettersi in relazione e di esprimere le loro idee, ancora sane. I giovani oggi hanno pertanto il "dovere", la "necessità" e l'"urgenza" di partecipare attivamente alla vita economica, propria e della collettività, al fine di costruire un nuovo ordine economico e sociale.

Il dovere nasce dal fatto oggettivo che i giovani di oggi saranno la classe dirigente di domani, e ciò impone loro il dovere innanzitutto di studiare i principi fondamentali di economia, e accorgersi che l'economia in sé stessa è una disciplina comprensibile, che, nonostante venga definita la "scienza della scarsità" o "la scienza triste", può diventare anche affascinante se le si riconosce la sua funzione sociale, e quindi la si considera parte inscindibile della nostra vita. Presupposto essenziale è pertanto l'apprendimento delle istituzioni di economia e della politica economica. Studiare l'economia non risolve nell'immediato i problemi, ma è un buon inizio per acquisire maturità e responsabilità necessari per diventare non solo veri cittadini italiani, ma, oggi, anche cittadini del mondo. Studiare l'economia significa comprendere il significato di mercato, un'istituzione antica ma che è e sarà sempre valida in ogni tempo e in ogni luogo; significa comprendere il valore del lavoro e della sua produttività; significa capire l'importante ruolo di stabilizzazione della spesa pubblica, significa capire che l'aumento delle tasse, contrariamente a quanto si crede, fa aumentare l'occupazione e i servizi, e fa aumentare il Pil in maniera moltiplicata, se…. I giovani inoltre hanno il dovere, soprattutto, di osservare attentamente i comportamenti dei soggetti economici (consumatori, imprese, Stato) e di analizzare i profondi mutamenti della realtà da diverse angolature: antropologiche, sociali, ambientali, politici, culturali, etici, che, a partire dagli anni Ottanta, hanno concorso a destabilizzare gli equilibri che avevano reso possibile la crescita economica. In definitiva, i giovani hanno il dovere di prepararsi a gestire il futuro economico e sociale del Paese.

La necessità deriva proprio dai cambiamenti epocali in atto, che rendono essenziale individuare le motivazioni che hanno creato la distanza tra teoria e realtà. Inoltre si rende necessario rileggere la realtà con gli occhi delle idee nuove e propositive dei giovani, che certamente sapranno superare le idee cristallizzate delle ideologie, riconoscere i presupposti perché il sistema economico funzioni in modo ottimale, coniugare tradizione e modernità, economia e cambiamento e ridisegnare soprattutto la gerarchia dei valori. È necessario che dalla crisi i giovani sappiano cogliere l'opportunità per un cambio di prospettiva e prendere coscienza che il modello di sviluppo basato sull'individualismo, sul profitto e su mercati carenti di regole, che la vecchia generazione ha alimentato, ha dimostrato tutti i suoi limiti e non ha retto di fronte alle sfide della globalizzazione, che ci ha trovato impreparati a fronteggiare l'aumento di competitività internazionale, mettendo in risalto la carenza in termini di produttività, di ricerca e sviluppo, di formazione.

L'urgenza nasce dal fatto che in un contesto di crisi sistemica emergono, in modo più o meno palese, segni di generale insofferenza e disapprovazione nei confronti delle scelte di politica economica dei governi passati, e di quello attuale, i cui effetti negativi sull'economia reale - fallimenti di imprese, disoccupazione, debito pubblico - si ripercuotono oggi sulla vita di tutti, ma soprattutto sul futuro dei giovani. Molto preoccupanti sono le tensioni sociali e la sfiducia nel sistema politico, che potrebbero essere forieri di reazioni incontrollate, che potrebbero andare oltre le manifestazioni o l'indignazione contro l'incoerenza e l'illegalità. Non bisogna pertanto sottovalutare l'importanza della variabile "tempo". A tale proposito è molto significativa la frase del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che, rivolgendosi proprio ai giovani, ha pronunciato, con "rabbia" ed "emozione", a Palermo il 23 maggio scorso in occasione del ventesimo anniversario degli attentati ai giudici Falcone e Borsellino: «scendete in campo, e presto, e l'Italia vi ringrazierà». È questo uno stimolo ad agire con urgenza e un messaggio molto forte che i giovani devono cogliere.

"Capire", "agire" e "proporre" sono le parole chiave che i giovani devono fare proprie, per rispondere al "dovere", alla "necessità" e all'"urgenza" di contribuire alla costruzione di un modello di sviluppo alternativo. Il disorientamento e il prolungarsi della crisi non devono essere motivo per alimentare scoraggiamento e indignazione fini a sé stessi, ma devono essere interpretati come opportunità per rileggere il modello di sviluppo e reimpostarlo puntando su un cambio di prospettiva culturale che renda l'economia più vicina alla dimensione umana. Del resto il termine "crisi" indica un cambiamento negativo che si riferisce ad un periodo di transizione e si concretizza nella destabilizzazione degli equilibri precedenti. Il periodo di crisi è pertanto un periodo in cui vanno attentamente individuate le cause per poterle rimuovere e ristabilire un nuovo equilibrio.

Oltre la preparazione economica di base, sono tante le riflessioni che i giovani devono fare e tanti gli aspetti che devono ri-elaborare per riportare l'economia nel suo sentiero naturale e vocazionale, in quanto non è solo sul fronte dell'economia che bisogna agire, ma anche su altri fronti, che costituiscono gli aspetti trasversali che possono rendere l'economia e la società più civili e più umane: il mercato in genere e il mercato del lavoro in particolare, gli stili di vita e il concetto di benessere, l'ambiente, la politica, la formazione, la povertà, l'etica, la legalità, le regole.

Alcune indicazioni.

Sono tanti i temi da prendere in considerazione per la rielaborazione dei contenuti. Qui se ne vogliono suggerire solo alcuni, che possono servire ai giovani come spunto per cominciare a riflettere, a confrontarsi e a proporre. Bisogna:

- innanzitutto individuare la meta da raggiungere per poter progettare il futuro: quale modello socio-economico si vuole edificare? Se il modello di economia pianificata ha trovato la sua fine e il modello liberista ha mostrato i suoi limiti, quale dovrebbe essere il modello alternativo nella società post-industriale?
- della teoria economica farne un importante strumento per essere cittadini più consapevoli e migliorare la realtà;
- allargare le basi della conoscenza in campo economico, favorendo abitualmente la lettura di tutto ciò che riguarda le problematiche economiche;
- rispolverare e attingere da vecchie idee, che oggi tornano di estrema attualità, come il pensiero di Antonio Genovesi e l'economia civile, che trova dei validi esponenti negli economisti civili dei nostri giorni, come i proff. Luigino Bruni e Stefano Zamagni, o attingere da figure di rilievo, che - in campo politico, accademico e imprenditoriale - hanno saputo dare notevoli contributi allo sviluppo economico e civile del nostro Paese.
- organizzarsi mentalmente per cercare il "sapere", il "saper fare" e il "saper essere";
- contrapporre il consumismo alla sobrietà, l'egoismo alla solidarietà e alla giustizia sociale, l'essere all'avere;
- creare corpi sociali sani per colmare il deficit culturale accumulato nei decenni scorsi;
- pensare alla politica con il senso della missione civile;
- valutare il politico con il criterio del vero statista, cioè come colui che sa effettuare soprattutto delle scelte lungimiranti e non solo per i risultati allettanti di breve periodo;
- formare un capitale umano e un capitale sociale caratterizzati da solidarietà materiale e spirituale, considerandoli fattori produttivi importanti da tenere in seria considerazione per costruire un indice di benessere alternativo al PIL;
- pensare globale e agire locale, cioè vivere la globalizzazione cogliendone i vantaggi ed eliminando il rischio dell'annullamento delle tradizioni e delle culture locali, che proprio nell'era dell'integrazione rappresentano delle nicchie di specificità capaci di reggere la competizione internazionale;
- recuperare la "cultura del lavoro", cercando un lavoro e non un posto di lavoro;
- rivalorizzare i lavori manuali, completando la frase «il lavoro nobilita l'uomo» con «l'uomo nobilita il lavoro»;
- sviluppare la creatività, riconoscendo alla fantasia una forza incommensurabile, e pretendere che siano create le condizioni per poterla esprimere;
- acquisire una "nuova mentalità" economica, professionale ed etica, condizione indispensabile per il buon funzionamento dei mercati;
- impegnarsi fortemente per il recupero dei valori. La validità di questo impegno è stata sottolineata dal premier Mario Monti durante la sua recente visita a Sarajevo, che ha detto chiaramente che dalla sua esperienza di capo del governo ha capito che la crisi non è solo economica e finanziaria, ma è più profonda, essendo una crisi di valori;
- riscoprire il valore del tempo e considerare l'età giovanile come un periodo privilegiato per acquisire una formazione integrale, sia professionale che umana e civile, necessaria per la costruzione di un futuro sereno;
- ristabilire l'equilibrio tra l'uomo e la natura;
- cercare di capire la logica delle "motivazioni ideali" che spingono alcune realtà economiche ad agire in controtendenza con l'agire economico dominante, come il Commercio equo e solidale, il Microcredito, l'Economia di Comunione, la Finanza etica;
- contrastare con forza l'illegalità, la speculazione, l'immoralità, seguendo l'istinto, tipico dei giovani, verso la giustizia;
- sentirsi cittadini del mondo, cioè mostrare interesse per i problemi di tutti i paesi, in quanto i problemi di un paese si ripercuotono, direttamente o indirettamente, positivamente o negativamente, come in un sistema di vasi comunicanti, sugli altri paesi;
- eliminare barriere, nazionalismi e individualismi per creare un mondo aperto e democratico;

In definitiva, i giovani devono superare la fatalistica rassegnazione, guardare al di là dei problemi economici emergenziali e cogliere l'aspetto positivo della crisi, cioè l'opportunità di passare alla storia come protagonisti di un rinnovamento culturale, usufruendo della freschezza delle idee e dell'entusiasmo dell'età giovanile per educarsi ed educare al buon senso e alla razionalità delle azioni, secondo il tipico pensiero di Don Luigi Sturzo, e conciliare crescita economica e qualità della vita.

La crisi economica, con la quale oggi i giovani devono confrontarsi, deve avere almeno il merito di trasformare il rapporto di estraneità tra i Giovani e l'Economia in rapporto di partecipazione, nella consapevolezza che entrambi hanno un bisogno reciproco.

Giovanna Acciarito è nata e vissuta a Vizzini, dove ha frequentato le scuole elementari e medie di 1° e di 2° grado, conseguendo il Diploma di Ragioniere e Perito Commerciale presso l'ITC. Subito dopo la laurea in Economia e Commercio, conseguita presso l'Università degli Studi di Catania, ha vinto una Borsa di studio di ricerca e di specializzazione in Gestione delle Risorse Idriche presso l'Istituto di Idraulica, Idrologia e Gestione delle acque della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Catania. Successivamente, ha vinto il concorso a Ricercatore nella Facoltà di Economia dell'Università di Catania, dove insegna Istituzioni di economia nel Corso di laurea in Economia aziendale. Per un curriculum vitae più completo si veda www.unict.it/Personale docente.
Recapiti: e-mail acciarit@unict.it, telefono 3386213167
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21/09/2012 | 3733 letture | 0 commenti
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